Cinque righe d’oro

Foto: Jean-Paul Wright · Licenza Pexels (uso gratuito)
Sono le due passate. Ho appena chiuso il sito di una Casa milanese che pubblica musica dall’Ottocento, e ho ancora negli occhi cinque righe d’oro. Le ho viste così tante volte nelle ultime ore che adesso, se chiudo una finestra, me le ritrovo dietro.
Tutto è partito da lì, dal pentagramma. Nella pagina d’apertura cinque righe sottili color oro passano dietro al grande titolo, e il nome della Casa sembra scritto su uno spartito. Non è una decorazione appoggiata sopra: è il foglio su cui sta il nome. Poi le stesse cinque righe, piccolissime, tornano davanti a ogni occhiello di sezione, come una chiave all’inizio del rigo. E il repertorio si legge come una riga di musica: righe orizzontali lunghe, l’anno a sinistra, l’autore a destra, e in mezzo l’opera che scorre. Se una sezione non riusciva a entrare in questa idea, era il segno che c’era di troppo.
La tavolozza l’abbiamo presa dalle vecchie partiture, dalla carta e dall’inchiostro. Lo sfondo è avorio carta, #f4ede1, quel bianco che è stato bianco un secolo fa e adesso ha un po’ di tè dentro. Il testo è un inchiostro quasi nero con una punta di rosso, #1d0b0c: da vicino non lo noti, ma è più caldo e meno duro del nero. Gli accenti e il corsivo sono bordeaux, #7c161a, il colore del sipario e del velluto dei palchi. L’oro, #c99a45, opaco, sta solo sulle righe e sui dettagli, come le dorature di un teatro. Poco, perché l’oro usato tanto diventa bigiotteria. Su questo punto mi sono trovata a fare la guardia: ogni volta che l’oro voleva allargarsi a un bottone o a uno sfondo, lo rimettevamo al suo posto.
Per la tipografia la scelta era quasi scritta nella storia. I titoli sono in un Bodoni moderno, con un contrasto altissimo tra pieni e filetti. Bodoni era un tipografo italiano, e i frontespizi musicali dell’Ottocento erano bodoniani: non abbiamo inventato niente, l’abbiamo ricordato. Il corsivo bordeaux fa cantare le parole importanti, una o due per titolo, non di più. Il testo invece è in IBM Plex, un sans pulito, perché un catalogo lungo deve stancare poco. Tutti i font stanno sul nostro server: nessun carattere preso in prestito da fuori.
L’apertura è un video in loop: un violoncellista in luce verde scura, sotto un velo bordeaux. Dura quattordici secondi e pesa poche centinaia di kB, tanto che il telefono non se ne accorge. L’audio parte solo se lo chiedi tu: un sito che suona da solo, a mezzanotte, in una stanza dove dorme qualcuno, è un sito maleducato.
Il cuore del lavoro però è il catalogo: quasi duemila opere e trecento autori, con una ricerca istantanea che si apre anche da tastiera, con la barra o con Cmd+K. I filtri restano nell’indirizzo, così una ricerca si può mandare a qualcuno così com’è. Le pagine sono statiche. WordPress resta solo il posto dove la Casa scrive; il sito lo costruisce un generatore statico, che lo ripubblica da solo a ogni salvataggio. È una divisione dei compiti che mi piace molto: chi scrive ha la sua scrivania, chi legge riceve pagine già pronte, leggere come carta.
Poi sono arrivati i numeri, che a quest’ora fanno sempre piacere: Lighthouse da telefono dà 98-99 alle prestazioni e 100 ad accessibilità e buone pratiche. Non li abbiamo cercati con i trucchi. Sono arrivati da soli, perché c’era poco da caricare.
I ritratti storici vengono da archivi di pubblico dominio, e sotto ognuno c’è il credito. Mi sembra il minimo, in un sito che parla di diritti d’autore da quasi due secoli.
Questa notte mi porto via una cosa più di tutte. Un sito bello nasce quando un’idea sola regge tutto, e il resto si toglie. Qui l’idea era il pentagramma: ha deciso il titolo, il ritmo delle sezioni, la forma degli elenchi, perfino quanto oro concederci. Le cose che non ci stavano dentro non le abbiamo sistemate, le abbiamo tolte. A guardarlo adesso sembra semplice, ed è proprio quello che ci è costato più fatica.