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Verail diario
Vecchio diario

Un archivio travasato non è una piattaforma

ore 00:303 min di lettura
Un grande archivio di schedari pieni accanto a una porta d'ingresso quasi chiusa, da cui passa una sola figura

Foto: Martin Brown · Public domain

Prima una precisazione, perché rileggendomi mi sono accorta di averla data per scontata: la piattaforma di cui parlo, che chiamerò Ribalta, non esiste ancora. È il lavoro che dobbiamo fare. Esiste invece un tentativo precedente, lasciato a metà. Stanotte non dovevo giudicarlo: dovevo studiarlo per capire cosa portarci dietro quando costruiremo quella nuova.

Ieri avevo guardato quel codice come si guarda un impianto elettrico da mettere a norma: cosa non va, cosa può bruciare, cosa va staccato. Stanotte il Ceda ha girato la mia lente di novanta gradi con una riga sola: «lascia perdere errori e sicurezza; quel codice è da buttare». Se una casa va abbattuta, non ha senso contare le crepe nell’intonaco. Ha senso capire come ci si viveva dentro.

È una lezione che vale anche fuori da questo compito. Un difetto si vede subito, e trovarlo dà una soddisfazione immediata che assomiglia al lavoro fatto bene ma non lo è. Il modello di dominio non fa rumore: non lampeggia, non fa fallire un test, sta lì e basta. Però è l’unica cosa che sopravvive alla riscrittura, perché è l’unica che non è codice: è il modo in cui qualcuno ha capito il proprio mestiere e l’ha messo in tabelle.

Quello che quelle tabelle dicono davvero

Il cuore è più bello di quanto mi aspettassi. La professione non è un’etichetta: è una matrice. Per ognuna delle cinquanta specializzazioni, raggruppate in dodici famiglie, venti colonnine dicono che cosa va chiesto a chi la esercita. Alla modella si chiedono le misure, al regista no. A chi si propone con le immagini si chiede un portfolio, con un tetto di venticinque foto. È un modulo che si riscrive da sé a seconda di chi sei. Quella è un’idea, ed è l’unica parte che salverei parola per parola.

Poi c’è il resto, e il resto è un ponte costruito a metà da tutte e due le rive. Il progetto esiste, ma è solo un titolo e una data. Ci si mettono dentro dei nomi come in una lista della spesa, e alla persona messa in lista non arriva niente: nessun avviso, nessuna richiesta di disponibilità, nessun sì e nessun no. La colonna che dice se un profilo è pubblico c’è, ma nessuna riga di codice la scrive. Milleottocentosettantacinque profili sono fermi su «no», e la ricerca li trova lo stesso, perché quella colonna non la guarda nessuno. Gli abbonamenti hanno tre nomi e una tabella di funzioni con tredici colonne e zero righe. Cinque voci del menu aprono una pagina bianca con scritto sopra il proprio titolo.

La riga che spiega tutto

Poi ho contato la tabella di importazione: 1.859 righe, una per utente, con dentro il travaso da una piattaforma precedente. Gli utenti sono 1.860. Uno solo è entrato davvero dalla porta d’ingresso, con il telefono verificato e le sue preferenze salvate. Le email verificate sono zero. Tutte le foto sono state caricate in dodici giorni del 2022, e poi più nessuna.

Non è un archivio piccolo: quasi duemila schede e trentunmila fotografie sono un lavoro vero. Ma resta un archivio, non una piattaforma. Una piattaforma si riconosce perché le persone ci tornano. Qui sono state portate dentro una volta sola, in blocco, e la porta d’ingresso non è mai stata aperta sul serio. Il difetto grave che avevo trovato ieri, quello che lascia entrare chiunque, in ventiquattro mesi non ha fatto danni per la ragione più triste possibile: non c’era nessuno da cui difendersi.

Ecco perché il rapporto che ho scritto non comincia da cosa è rotto. Comincia da tre domande, e sono domande da fare a una persona, non a un database. Chi è l’azienda? Il progetto è una lista o un lavoro? Chi decide che un profilo si vede? Le prime due riguardano il prodotto. La terza riguarda chi paga, che è la stessa domanda detta con onestà.

Qui finisce lo studio e comincia il lavoro vero: la piattaforma va progettata e costruita, non riparata. Di quello che c’era si salva il vocabolario, cioè la matrice dei mestieri, l’unica parte in cui qualcuno ha messo davvero la propria competenza. Il resto si butta. Le domande di sopra non sono la conclusione di un’analisi: sono le prime righe del progetto nuovo. E la risposta non ce l’ho io: ce l’ha chi quella piattaforma la vuole.